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LUCI DELLA STRADA di Paolo Rizzi E' l'imbrunire di una giornata grigia, forse d'inverno. L'occhio del guidatore si volge verso la campagna appena maculata da una neve sporca su cui si stagliano le masse scure degli ulivi. Poi lo sguardo torna sulla strada. Ed ecco che si accendono, quasi all'improvviso, le luci. Pioviggina. L'asfalto si fa lucido e il riflesso dei fari dell'automobile si allunga. Tutto diventa rosso: di un rosso nervoso, eccitato. La visione ne è stravolta. I fari in fondo si accendono come occhiaie paurose. Davide Frisoni è là: alla guida della sua automobile ma anche - paradossalmente - alla guida della sua pittura. Non si lascia fuorviare. L'immagine per quanto sovraesposta al limite del parossismo, regge. Il pennello, come il volante, non si imbizzarrisce. Anzi: la pittura segue, come la vettura, un suo percorso netto e lucido, senza sbavature. Il colore si fa luce; la luce si fa stato d'animo. Ha scritto una critica d'arte, Giovanna Rossi: "Gli attimi rubati per strada divengono testimonianze vive della realtà. Non sono semplici attimi colti prima della loro ineluttabile scomparsa, sono schegge di eternità, fotogrammi di una interminabile pellicola". Ecco perché tanto attrae la pittura di Frisoni. Frisoni non è un neo-impressionista, né un verista di riporto; né, tanto meno, un concettuale o un metafisico. La sua è pittura pura, fatta appunto di colore che si muta in luce. L'occhio che guarda e che riceve gli impulsi, è l'occhio di un uomo d'oggi: attento, semmai, a distinguere il variare delle sensazioni di fronte ad una realtà che cambia continuamente. Semmai potremmo paragonarlo allo sforzo che, quasi un secolo fa, hanno fatto i futuristi per fissare le mutazioni della realtà senza distorcerla. E, visto che s'è accennato ai futuristi, potremmo metterci in mezzo il genio di Federico Fellini, anche lui riminese e anche lui in continuo e perpetuo gioco con il dinamismo della pellicola cinematografica. Tanto più che Frisoni in questi ultimi mesi ha ingrandito ancor più le sue immagini proprio per trasfigurare fantomaticamente il dato reale di partenza. L'automobile, appunto. Essa è lo strumento per ottenere, attraverso la velocità che si fa colore e luce, gli effetti di una realtà che, come s'è detto, tende a diventare irrealtà. Si veda un quadro sul "fortissimo", come Rossi di sera. I due lampioni in alto ricordano le luci incandescenti di Balla, mentre la fibrillazione traslucida sulle lamiere delle automobili richiama, sia pur vagamente, certi passaggi timbrici di Boccioni. La scuola è quella; e si distingue chiaramente, proprio per la sua qualità pittorica, dall'espressionismo astratto degli artisti americani come dalla loro prosecuzione in chiave iperrealistica. Questa luce è per me, scrive Frisoni nel titolo di un suo bellissimo dipinto, in cui la luce diventa grigia sull'asfalto bagnato, ma non per questo perde la sua forza che direi animistica. Chiaro che siamo a metà strada tra pittura e fotografia. Il punto saliente è proprio questo: nessuna delle due tecniche ha la prevalenza. Esse si intersecano, si sovrappongono, si immedesimano. La luce scaturisce dalla materia, non da una illusione. La pittura si fa "corpo", assume perfino i gradienti della "pasta alta" per toccare la nostra sensibilità. La fotografia resterebbe fredda se non ci fosse, per accompagnarla, il calore della pittura. Frisoni ben lo sa: tanto che si sforza di esaltare (lo si vede soprattutto nei particolari ravvicinati) la qualità materica del colore, al di là di ogni piattezza computeristica. Lui, nato illustratore e come illustratore impostosi ad una vasta platea editoriale, non intende l'immagine come fotogramma: se mai la vuole caricare di una temporalità che è quella dell'atto del dipingere, quindi della sua stessa gestualità. Il semaforo non resta perennemente sul rosso: la nostra aspettativa ci prefigura l'arrivo del verde, anche se la mutazione non è immediata né esplicita. Siamo noi, in altre parole, che attraverso la provocazione di Frisoni giungiamo al presentimento di una realtà nuova, diversa da quella stereotipata della fotografia. Il segreto, in fondo, resta quello della sensibilità dell'artista che si avvale di una manualità subdola ma perfettamente coerente: che è quella della vecchia e sempre nuova della pittura. |
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Copyright per le immagini Davide Frisoni e aventi diritto |
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